lunedì 16 giugno 2014

Mi taglio i capelli da sola.


Mi taglio i capelli da sola guardando un tutorial su Youtube. In pratica ti devi fare la coda di cavallo bassa e cominci a tagliare due dita dall’elastico, in modo che non vengano troppo corti. Avrei potuto fare un video a mia volta per mostrarvelo ma non ci ho pensato. Erano tutti rovinati, li avevo colorati di rosa un casino di volte, poi ero ritornata del mio colore, sempre acidi sono. Zac, e passa la paura. Erano parecchio storti, ma che importa, sono in Australia, e poi la Cate è recidiva a questo tipo di cose. Alle superiori, un pomeriggio, a casa di un amico, in due mi avevano tagliato i capelli, uno con le forbici da carta e l’altro con quelle da pesce. Erano venuti storti anche allora. Aggiustandoli da me mi ero alla fine rasata le tempie, tenendoli corti dietro. Vabbè avevo 16 anni, ero carina lo stesso, con la giacca di vellutino rosso porpora comprata in un mercatino di Amsterdam, sbaccolata qua e là, di due taglie più grande della mia misura.
Quella sera al lavoro, due miei amici mi fanno una sorpresa e mi vengono a trovare. Sono Marco e Luciano, uno di Roma, l’altro di Palermo. Rimaniamo che facciamo una birra insieme quando stacco.
C’è un pub carino all’angolo di Elizabeth street, il Workshop. Elizabeth street, quanti ricordi. È stata una delle prime vie che ho sentito nominare. Ok, è una delle vie principali, la coronaria che unisce la periferia al centro, ma mi risuona dentro la sua eco, una voce che ha trattenuto i primi scatti del mio arrivo in Australia. Le mappe mentali che ti fai della città e che poi stravolgerai totalmente mano a mano che unisci una via all’altra, ricostruendo i pezzi della città.
Ordiniamo una jug, che poi diventeranno due. Parliamo d’amore, ci piace tanto parlare d’amore. Io faccio un po’ la spaccona, come mio solito, loro lo stesso, credo sia una componente italiana: io di qua, io di là, un mio amico ha fatto questo e quello, una gara piacevolissima a chi l’ha fatta più grossa, a chi ha il racconto più divertente. Marco ha 23 anni e fa il cuoco in un ristorante australiano. Ha la passione per la musica e ogni tanto fa qualche trasmissione in radio, nella stessa Radio Kiss sopra il Lounge, dove lavoro e dove stipiamo la roba da magazzino. Però non ci siamo incontrati mai. Ci dice che da poco ha iniziato a fare anche le pizze. Ha le idee chiare: sta mettendo da parte i soldi per lo student e restare qua. È piccoletto di statura, vestito malissimo anche lui, ma ha uno charme naturale, e una marea di donne, anche se giovane, di tutte le età – nel limite consentito. È vero, come diceva un mio amico, che “a trombare con la bocca sono buoni tutti”, ma conoscendo sia lui che Luciano non ho dubbi che sia vero. Luciano, il palermitano, lavora invece nel marketing, non mi ricordo bene. E anche lui è Mr. Casanova. Sono due amici di Nicoletta, ci siamo conosciuti in giro.
Parliamo, ridiamo, beviamo. È un pezzo che non uscivo, mi va di fare serata, di stare ancora in giro. Nicoletta s’infurierà che faccio tardi con quei due e che con lei non esco mai, ma un conto è prendere la serata come viene e improvvisare, un’altra cosa è impomatarsi tutte e andare in quei postacci con la musica orrenda dove si va a rimorchiare. Mi viene in mente il Bollicine di Misano Andriatico, una volta per ridere ci ho portato la mia mamma e una sua amica, ne avevo tanto sentito parlare quando ero piccola, è per gente che ora ha tra i 40 e i 60 anni e che negli anni ’80 ne aveva un po’ meno. È stata un’esperienza. La cosa era surreale. Le donne sui divanetti e gli uomini come sciacalli facevano le ronde e chiedevano alle signore se volevano bere qualcosa o ballare. L’amica di mia mamma non l’ha presa sul ridere e ha detto che non si è mai sentita tanto a disagio in vita sua.
Detto questo, Marco mi fa, perché non andiamo da me? Sì, dico io. Luciano però ci da buca perché il giorno seguente aveva un meeting e doveva svegliarsi presto.
Prendiamo un taxi perché dopo aver camminato per un bel pezzo i tram avevano esaurito le corse. Marco sta decisamente in periferia e vive in casa con la sua zia quasi ottantenne. Che figata, penso, in quale altro modo poteva capitarmi di finire nella casa di una signora anziana! Era come entrare a conoscenza di qualcosa di intimo e di privato, la vita di una donna emigrata a Melbourne tanti tanti anni fa con le speranze e i sogni forse uguali, forse diversi dai nostri.
È una casetta monofamiliare, pulitissima, con vecchi quadri alle pareti, foto di parenti, nipoti e cugini. Tante statuette senza senso, alcune fatte di conchiglie, altre di ceramica e stoffa.
«Non preoccuparti, parla pure ad alta voce, mia zia è sorda come una campana.»
Marco tira fuori una palla. Pasta per la pizza. Mi fa vedere come la lancia in aria e come diventa larga e fina, lancio dopo lancio. Tira fuori anche un rum e con quello ce ne andiamo in cortile. Ha un pappagallo enorme in una gabbia. È aggressivo, come ti avvicini ti becca.
«Si deve abituare a me, ma io non ho fretta. Sono capace di passare con lui ore e ore finché non imparerà a fidarsi di me.»
Il cortile e bello grande e ci sono alberi di limoni e un reticolato su cui si arrampica una vite. Quando andiamo a dormire facciamo all’amore. Poi al mattino, verso le cinque, prendo il treno per tornare a casa.

Ormai mancano pochi giorni alla mia partenza. Le ultime settimane sono intense e piene di feste. Da una parte sono contenta, dall’altra non ne posso più. Sogno la fattoria dei cavalli, svegliarmi all’alba per curare gli animali, studiare e non sentire volare una mosca. Oddio. Se vado in fattoria sarà difficile. Anyway.
Saluto i ragazzi di Pesaro ma tanto loro li sento sempre su facebook e al telefono anche se non ci vediamo quasi mai. Se penso che Matteo Magi del bar non l’ho visto un solo giorno! Eppure l’ho sentito un casino di volte, al telefono e su whatsapp, lo stesso Colo, Euso. Matteo Magi è un altro numero uno che consiglio vivamente alle ragazze. È un amatore vecchio stile, di quelli che ti riempiono di attenzioni e complimenti, 10 e lode a Matteo Magi. E poi, è approdato qui senza sapere una parola di inglese ma nel giro di poco tempo ha avuto a che fare con Kate Perry e la Formula 1. Matteo Magi, numero uno.
Marchino se n’è andato in Quensland, Giuliano ci diamo un appuntamento prima di salutarci. Appena lo vedo mi dice che deve beccare un tipo. Ok, capito. Un pomeriggio l’avevo aiutato a fare i pacchettini. Non avevo mai visto tanta erba tutta insieme. E avevo conosciuto anche il boss, un vecchio irlandese con pochi denti in bocca, 50 anni portati male, la pelle bruciata dal sole, i capelli gialli e incolti. Ma anche io! Non mi potevo innamorare di un giornalista, di un ricercatore, di qualcuno che ha fatto tre tiri di maria giusto per provare e poi basta? Di qualcuno che non ama troppo bere se non di tanto in tanto?
A Milano (prima di mettermi con un ricercatore!) facevo la cameriera in una spaghetteria di Lambrate. Frequentavo allora – nel senso di amico –  un tipo che tutti chiamavano il Rumenta. Il Rumenta aveva 40 anni, un aspetto poco raccomandabile, spacciava principalmente cocaina. Non aveva il telefono, in modo non farsi beccare, e ogni volta mi chiamava da cellulari diversi. Viveva con sua madre e i suoi problemi respiratori in una casa popolare a Rozzano. L’avevo seguito nei parchi di Milano nel cuore della notte, nelle case di buoni acquirenti che gestivano locali di una certa rendita. Una volta mi aveva detto, col suo accento cantinelante, Bimba, hai presente il tipo di prima? Ecco, dimenticatelo. La settimana dopo era stato accoltellato fuori un bar dalle parti di via Rombon. E lì era morto. Chissà che fine ha fatto, il Rumenta. Quando telefono a Teresa, la mia vicina di casa di allora, mi dice che nessuno l’ha più visto in giro. Si dice sia finito alle Canarie, da qualche amico. A volte penso che non mi sono mai fatta mancare niente. Ogni tanto qualcuno si chiede cosa diavolo ho intenzione di combinare nella vita. Per quanto mi riguarda, la risposta è vivere. Non abbiamo molto tempo, prima della morte. La morte è una realtà concreta, non dico niente di trascendentale, ma nessuno ci vuole pensare. Io voglio godermi ogni singolo istante e dico grazie alla crisi economica che ha impedito che mi trovassi un buon lavoro. Un buon lavoro è come un buon fidanzato, è sempre un’impresa lasciarlo perché anche se non lo ami più e non ti fa più felice il resto del mondo ti dice: cretina. Arrivare. Non c’è fine all’arrivo, è un videogioco a livelli infiniti che ti prende solo la scimmia di superarli. L’unico mio rammarico per il passare del tempo è che ho bisogno di riposarmi più spesso. Anyway.

Sistemata la compra-vendita andiamo finalmente a cena. Giuliano mi lascia scegliere un cinese, credo fosse il primo posto dove abbiamo pranzato. Parliamo tanto, tutta la sera. E io rido, rido da morire, con lui rido sempre da morire. Finiamo poi un un pub, non c’è nessuno, due birre in bottiglia. Ci vorrà un bel po’ prima di rivedersi ancora.

lunedì 9 giugno 2014

Lasciamo Melbourne.

Dopo che i ragazzi tedeschi se ne sono andati, la casa riprende i suoi ritmi lenti. Alicia e Tom si fanno sempre più silenziosi – a parte quando scagnarano – e Tamish è rientrato dai suoi dieci giorni di meditazione intensiva, vale a dire senza telefono, senza alcool e sigarette, ma soprattutto senza rivolgere parola o sguardo agli altri del gruppo.
«Come è andata?», gli chiediamo io e Nicoletta appena lo vediamo. Magnificamente, ci risponde, è stato stupefacente. Continua con l’elenco degli aggettivi, tra l’altro una cascata di sinonimi, e non riesce a spiegarci cosa ha reso “incredibile” la sua avventura.
«Una sigaretta ce l’hai?»
«Ma, Tamish! Sei appena rient… »
«Shout up, d’accendere?»
Tamish spende 20,000$ all’anno in meditazione eccetera. Telefona al suo guru, di tanto in tanto, e anche questo gli costa una fortuna, perché il caro maestro si fa pagare al minuto. Sarà la vicinanza con l’India – sicuro –, fatto sta che gli australiani sono parecchio dentro la questione spirituale. E mi viene in mente Pasolini e i suoi Comizi d’Amore, di quando andava per le strade a intervistare gli italiani sul problema del sesso. Le risposte che ho ascoltato sono state abbastanza sempliciotte e approssimative, non troppo distanti da quelle di tanti cattolici nostrani. Ma al problema spirituale ci arriveremo più avanti, quando approderò a Sydney nel cuore di un tempio Hare Krisna. Melbourne, a parte il mio housemate, se la vive apparentemente più easy.
Finita la sigaretta, Tamish mi allunga un foglio con i calcoli di affitto, bollette eccetera. Da una rent mensile che sarebbe dovuta essere 800$, arrivo a pagarne 950$. Col lavoro che faccio non me la posso più permettere. Decido così, in un caldo pomeriggio di mare sulla costa di Mornington, che è il caso di lasciare Melbourne e di proseguire la mia avventura da qualche altra parte.
Ho ancora un mese da passare qui. Sono un po’ esausta, a dire il vero. Il lavoro mi ammazza, Nicoletta si trasferirà presto da me, non voglio vivere con un’italiana e poi, con lei vicino, il mio tempo libero non esisterà più, perché diventrà il suo tempo libero. Significa che mi farà prendere un po’ di sole, che di mio me ne starei chiusa in casa riversa sulle grammatiche d’inglese.
Facendo un riepilogo di questi primi tre mesi dico che sono stati grandiosi: ho conosciuto un sacco di gente, ho imparato mestieri e parole nuove, mi sono decisamente divertita e ho valutato diverse opzioni di sopravvivenza. Sugli incontri, i migliori sono stati sul tram. Sarà scritto nel mio karma, avrò una faccia di quelle che stimolano la conversazione, non lo so, ma le persone mi parlano senza che io faccia niente. L’inglesino di 21 anni in mdma sparato, un tedesco di 27 che cercava lavoro, due giapponesi che facevano i cuochi, una suora che parlava dieci lingue, un padre con suo figlio sedicenne, il tipo dei biscotti di maria – quello vabbè, l’avevo conosciuto a una festa – e altri che non ricordo ma che sicuramente sono esistiti.
Sempre della categoria “conoscere gente”, se non capita per caso, ripeto, per cominciare il couchsurfing è un valido supporto. Avevo partecipato a un paio di serate in birreria dove altri viaggiatori come me si incontrano per scambiare due chiacchiere e conoscersi. Io avevo la punta con una ragazza olandese che aveva scritto sulla bacheca di couchsurfing “cercasi amica disperatamente, vivo con cinque uomini, ho bisogno di parlare con una ragazza!”, ed era stato carino che altre ragazze si erano unite a noi quella sera, finita con una bella sbornia e qualche tiro di canna. Questo comunque è stato all’inizio, quando vivevo con Giuliano e mi trovavo nella sua identica situazione. Poi è stato buffo che un pomeriggio me la ribecco in Albion street. Anche lei viveva lì, incredibile. Ci siamo promesse una cena che non c’è mai stata, e da quel giorno non ci siamo più riviste.
Sulla sopravvivenza invece, quando sei in cerca di lavoro o di come raccimolare qualche soldo, sei come una lepre pronta a scattare al minimo sussulto. Avevo sentito che se donavi il sangue per la ricerca sul cancro ti davano 30$, però potevi donare non più di una volta al mese – erano sempre 30$!; fare la modella di nudo per un privato – la paga era buona anche se adesso non me la ricordo; fare i massaggi in bikini – di questo manco a parlarne, anche se ho una cara amica che lo fa da parecchio tempo, e aggiungo, con le mie misure non mi prendevano sicuro.
Com’è andato il capodanno?
«Nicoooo! M’ha scritto Giuliano!», lo sapevo, lo sapevo che mi pensava!
Ok, siamo d’accordo, era un bloody messaggio su come ho passato le feste, che però mi aveva fatto fare salti di felicità lo stesso, visto che non ci eravamo più sentiti. E poi, se vuoi bene a qualcuno, ti si allungano gli angoli della bocca solo a sentire tintinnare il suo nome.
E comunque, non è che fosse cambiato qualcosa.
Più passavano i giorni, più mi esaltavo all’idea di partire. Il piano era di fare woofing in qualche fattoria, che significa lavorare non più di 4, 6 ore al giorno in cambio di vitto e alloggio. Ovviamente non sono lavori pesanti, però dipende sempre dove vai. Io avevo trovato una fattoria che allevava i cavalli da corsa. Greg e Tony erano i titolari, a giudicare dai nomi mi ero prefigurata due fratelli o una coppia gay, invece erano marito e moglie. Sì perché non era Tony ma Toni. Il sito web faceva pensare a un posto davvero fico. Mi ero immaginata un’immensa scuderia immersa nel verde, con tutti quei cavalli e io, come Heidi, gozzovigliare tra le balle di fieno.
Comunque avevo scelto l’opzione woofing per due importanti motivi: la mia mano destra con la sua orribile sindrome del tunnel carpale – sapete com’è, faccio l’illustratrice! –, e dedicarmi allo studio. Va bene l’inglese imparato parlandolo, ma non è uguale se ci applichi le sue belle regoline, fai l’orecchio a diversi generi di scrittura e scrivi. È come mettere una canna di bambù a sostegno della piantina che cresce, così viene su diritta.

E poi chissà, magari ribecco pure lo scozzese! Sydney non mi ispirava granché, sono stata per lungo tempo una paladina di Melbourne, e invece mi sono ricreduta.

domenica 1 giugno 2014

Come si dice "mi piaci" in italiano?

Poi la sera rientrando in casa, due ragazzi tedeschi escono dalla camera di Tom e Alicia.
«Abbiamo conosciuto Tom e Alicia in campeggio. Tom ci ha detto che possiamo fermarci qui qualche giorno. È stato proprio gentile, anche se era ubriaco quando ce l’ha chiesto.»
Avranno su per giù vent’anni, lungagnoni e spalle larghe, uno è così biondo da avere le ciglia quasi bianche, l’altro ha gli occhi verderame e i riccioletti castani. Io e Simona senza nemmeno guardarci pensiamo la stessa cosa.
Facciamo subito amicizia. Sono patiti di motocross, ci fanno vedere le cicatrici che hanno sulle braccia, sul petto, sulle spalle. Il biondo, che dice di avere 24 anni, sa chi è Fabri Fibra e ha una sincera venerazione per Valentino Rossi. Capirai, ragione in più per diventarmi amico, visto che sono di Pesaro. L’altro, silenzioso, gli occhiali da dentista, la camicia infilata in pantaloni della giusta taglia, bella cintura, ha 19 anni soltanto. Anche loro sono due WHV che come me si sono buttati in questa avventura. A differenza di me però questo è il loro secondo anno e viaggiano su un furgone.
La notte è limpida e profumata, ci sono un sacco di stelle nel cielo. Dopo essere stati da Nicoletta e avere finito ufficialmente gli avanzi delle feste, ce ne andiamo in veranda da me. Tom e Alicia se ne vanno a dormire e restiamo noi quattro.
Si crea un’atmosfera che mi catapulta dritta nel ricordo di qualche pagina di Jules et Jim, di quando, prima di innamorarsi entrambi follemente di Catherine, i due oziano di salotto in salotto, temporeggiando l’esistenza con aforismi, oppiacei e belle scopate occasionali.
Ci raccontano così le loro mille avventure, brillantemente: del lavoro nelle farm, degli strani personaggi incontrati in giro, della Gemania, del vivere sempre come viene.
«Come si dice mi piaci in italiano?»
Eduard ha gli occhi di un azzurro ghiaccio che vibrano per intelligenza e un briciolo di spacconeria.
«E in tedesco, come si dice in tedesco?»
Le ore più si fanno piccole più si mangiano la notte, così ce ne andiamo a dormire con la promessa di passare del tempo insieme il giorno dopo.

Quella mattina lavoro, così ci incontriamo in cbd nel pomeriggio. C’è anche Tom con noi, mi fa piacere, non ne so abbastanza da fare da Cicerone e addirittura Simona ne sa più di me, che era venuta a visitare Melbourne tempo prima. Ma sapete, quando lavori non ha tempo di girarti la città e quando sei off sei così stanca che ti vuoi riposare, senza dire che devi fare il bucato, la spesa, tutte quelle cose per prenderti un po’ cura di te.
Ci prendiamo una birra in un posto fichissimo che si trova nel bel mezzo del fiume Yarra che serpenteggia un paio di volte prima di sfociare nel mare. È un punto parecchio turistico, s’immagina, ma la birra costa come dalle altre parti. I backpeker sono poveracci per definizione, specie gli europei. Avevo fatto amicizia con una ragazza cinese in fabbrica, un amore di ragazza, ecco lei per esempio aveva preso la casa vicino alla fabbrica con altre ragazze cinesi, in camera doppia, lavorando mesi e mesi senza sosta e guadagnando però un sacco di soldi. Ecco, per me non ha senso campare così, visto che se vuoi ti diverti – tanto! – con niente, specie se non fumi, non usi droghe, bevi poco e ti accontenti di avere dieci magliette in tutto.
A parte questo, decidiamo di fare un po’ di spesa e di improvvisare un barbecue per la serata. Si fa presto, Alicia telefona ad alcuni amici, che dicono subito di sì senza pensarci troppo, non come in Italia che devi fare l’evento su facebook una settimana prima, dove gli stessi che si lamentano che non c’è mai niente da fare sono oberati di impegni e non sanno se riescono a liberarsi.
Comunque, nel giro di poco tempo, la casa si riempie: ci sono gli amici di Tom e Alicia, Nicoletta e i suoi housemates, gli amici di Eduard e Ferdi.
Il bello di Alicia e Tom è che sono due fuori di testa. Lei, siccome le piaceva l’idea di fare la dj, s’è comprata un impianto sfacciatissimo e le luci stroboscopiche; lui la segue fedelmente in ogni sua follia e in men che non si dica il salotto è diventato un club, con tanto di birre gelate da prendere direttamente dal frigo.
Julia è un’amica di Alicia e in passato aveva lavorato come spogliarellista. È una ragazza acqua e sapone, magra come un giunco di palude, senza seno, 22, 23 anni, lo non diresti mai. Ci andrò poi a casa sua, un appartamento bellissimo in piena Fitzroy, con un pianoforte, le finestre alte ottocentesche, e un palo che scende dal soffitto sul quale si arrampica e si attorciglia ogni tanto. Vive con Claire la ragazza di Eduard. Lei e Eduard si erano conosciuti anche loro in campeggio e avevano dormito insieme. Lei però è arrivata dopo alla festa, intanto sono successe altre cose.
Julia, dicevo, a un certo punto s’è tolta il vestito ed è rimasta in mutande. È finita che siamo rimasti tutti in mutande. Non credete, non c’era niente di strano in quel gesto, tanto meno di lubrico: era semplicemente estate, c’era la musica e i grilli, buona musica e forse sì, qualche birra di troppo. Oddio, c’era sì un po’ l’atmosfera de Il tempo delle mele, i baci rubati, gli abbracci, ma tutto restava tremendamente innocente. Credo fosse lo spirito che c’era in ognuno di noi, cantavamo il nostro inno alla bellezza. Avevano tutti poi poco più di vent’anni, io forse l’unica di 30.
Poi c’è stato un momento incredibile sull’istante, imbarazzante il giorno dopo e divertente adesso che ci ripenso. Ad un tratto Eduard viene da me e mi dice che piaccio tanto al suo amico, e io, ammorbidita dall’alcool e dai suoi occhi di ghiaccio così difficili da evitare, gli dico che no, non c’è storia, mi piaci solo tu, o tu o nessun altro. Sorride e da vero gentleman mi da un bacio sulla guancia, con Claire che stava seduta lì vicino e si era vista tutta la scena.
Evabbè amen. Vado da Simona e le racconto l’episodio, e ovviamente ride da morire. Poi ad un tratto sparisce anche lei. Eduard e Claire si sono chiusi in camera, nella mia di camera ci stanno tre persone che non ho capito chi. Mi rimetto la maglietta e con un avanzo di pane e patate mi siedo per terra a mangiare. Nicoletta è alle prese con Brad. Si mettono a litigare, lui la offende dicendo che quello che c’è stato tra di loro è ormai polvere, così lei mi prende per il braccio e mi porta a dormire a casa sua.
Le due case continuano intanto a ospitare i set di Beautiful. Due coppie si sono più o meno stabilizzate, come negli acquari naturali che se aggiungi un elemento nuovo tutto l’ecosistema si sballa. Le coppie sono Eduard e Claire, che profumano d’amore a un chilometro di distanza, e… Simona e Ferdi. Sì, lei ce lo conferma, niente di che, lei ha 28 anni, lui 19 e non è mai stato con una ragazza. Si sono scambiati qualche bacetto e hanno dormito abbracciati. Siamo di nuovo in camera di Nicoletta a tirare le somme della serata. Nell’altra stanza gli amici del metal stanno fissi davanti la tv, vampirizzati da un videogioco. È l’ultimo pomeriggio, ognuno è per tornarsene a casa, gli entusiasmi si sono intiepiditi.
Simona prenderà il suo volo per Perth, al lavoro chiedo al mio capo com’è andato il capodanno. Lui mi dice che è stato una porcheria, né droga, né troie a St. Kilda.
A casa c’è rimasto solo Ferdi perché Eduard s’è trasferito da Claire. Finalmente ho un po’ di tempo per riposarmi, per studiare un po’, mi dico, quando sento ticchiettare sulla mia porta.
«Facciamo qualcosa?»
Ferdi mi rivolge lo sguardo pigro di un ragazzino che è stufo di fare i compiti. Evabbè, mi dico, sarà un’occasione per allenare il mio inglese, anche se ho solo voglia di stare a casa.
Incontriamo un paio di suoi amici che erano alla festa la sera prima. Il ragazzo che aveva chiesto di me a Eduard si vergognava, così ci ha messo del tempo prima di guardarmi in faccia, e io ovviamente ho fatto di tutto per sdrammatizzare. Siamo in un centro commerciale, Ferdi cerca un paio di pantaloni, dice che non vuole spendere ma ogni volta si indirizza sulle linee più costose. Vai in un negozio di seconda mano, gli dico. Sbuffa annoiato, però domani facciamo qualcosa, non come oggi. Non sono mica tua madre, mi sfugge, io lavoro, non ho tempo di portarti a spasso. Apriti la guida e studiati le cose che ti piacerebbe fare.
Eduard, Claire e Julia ci aspettano in un bar a Fitzroy. Ci scambiamo sguardi di imbarazzo, io e Claire, ma poi rompiamo il ghiaccio. Sia lei che Julia sono due ragazze strepitose. Entrambe studiano teatro, Julia come attrice, Claire come sceneggiatrice. Claire ha pubblicato già un’opera, in biblioteca, dice, Eduard pesca un libro ed era il suo. Incredibile, no? Sarà stato il destino.
Ormai sono sciolta, do il meglio di me, Eduard si diverte e facciamo i cretini. Lui mi sfotte per il mio accento italiano e fa la mia imitazione, io ricambio e tutti ridono. Cambiamo bar, io racconto alcune delle mie tante storie, faccio sempre la parte del marinaio con la sua bella scorta di leggende e riti e magie apprese dalla strada.
Finiamo in un club con bella musica dal vivo. L’ambientazione è stile hawaii, con le palme di plastica e il personale con le collane di fiori al collo. Io sono vestita male come al solito, ho una maglietta nera con lo scheletro della cassa toracica disegnata (che avevo comprato al museo della Scienza e della Tecnica a Londra), la camicia a scacchi e i jeans. Faccio ballare dame e damerini, di tutte le età, anche un vecchietto vestito di bianco con il panama in testa. Da quattro che eravamo a ballare in mezzo alla pista diventiamo prima dieci e poi venti. A Ibiza facendo così mi avevano offerto un posto di lavoro. Tutti si divertono un casino, mi piace fare il giullare di corte, Claire e Julia mi guardano con ammirazione. Julia mi chiede di trovarle un ragazzo. Per quanto sia bellissima, è giovane e insicura, assomiglia terribilmente alla ragazzina che ama Woody Allen in Manhattan. Le dico che so quello che ci vuole per lei. Corro in mezzo alla folla danzante, scovo un bell’ombroso coi capelli lunghi in piedi all’angolo (in piedi agli angoli a volte ci stanno i migliori). Lui s’incazza sul momento, pensa che lo prendo per il culo, finché non spunta tra le teste la manina di Julia che saluta nascondendo un sorriso. Parlano, ma lui non ha ben chiara la situazione e molla. Ok, stavolta m’è andata male, ogni tanto sono brava ad accoppiare le persone.
In pista riprendo a fare la scema e mi inginocchio ai piedi del palco, con la mano sul cuore, guardo il chitarrista e gli dico più volte “I love you”, e sbatto le ciglia, con tutti gli altri che se la ridono, gli strappo un sorriso sghembo, intanto che mi guarda stranito.
Niente, finisce che scherza che ti scherza, finito il concerto, il chitarrista si fa largo in mezzo alla folla e mi cerca. Tutto è molto romantico, come nei film, mi guarda da lontano, si avvicina lentamente. Balliamo un po’ con le fronti attaccate (e intanto penso, ma pensa tu!) e alla fine mi bacia. Si è fatto tardi, i ragazzi decidono di andare. Gli scivolo via tra le braccia e corro di fuori esultante.
Dormiamo tutti a casa di Julia e Claire. La casa ripeto è antica e meravigliosa. Poche cose ma di valore. Una libreria tarlata ospita vecchi tomi enciclopedici, poi un pianoforte, due bei divani, e questo palo d’acciaio che scende dall’alto.
Al mattino mi sveglio presto, saranno circa le 7. È il mio day off e non ho fretta, ma mi piace andarmene da sola senza svegliare nessuno e camminare per conto mio per la città.

lunedì 26 maggio 2014

L'è nata poca donna.


È difficile sentire l’atmosfera natalizia con 28 gradi là fuori, specie se hai appena fatto il tuo primo bagno nell’oceano. Il sole è cocente a Melbourne, ci sono giorni che è meglio restare in casa. Non è ancora piena estate, il culmine arriva a febbraio dove si raggiungono i 40 gradi. È un caldo asciutto, non mi da fastidio. La sensazione è quella di un mega fohn che spara interrottamente aria calda sulla città. In verità, in quanto a clima, Melbourne è lunatica. Esci di casa la mattina presto fa un caldo boia, decidi quindi di andare in spiaggia ma piove un po’ e ti tocca tornare a casa e metterti la felpa. Comunque, pare che sia così un po’ tutta l’Australia, per lo meno sul versante orientale. Il problema del tempo attanaglia tutti, come in Inghilterra; e visto che l’80% del sangue australiano è anglosassone, mi vien da dire, saranno forse gli inglesi a portare un po’ sfiga?
Ritornando al Natale, dai vicini intanto, oltre il cancello, è successo un putiferio.
Galeotto fu un bloody alberello con pallette colorate e un babbo natale seduto sulla cima dell’abete, sì, proprio al posto della cometa, o come meglio preferite, un babbo natale con l’alberello infilato, non so perché e a chi sia venuta in mente un’idea del genere, comunque. Il punto è che da sopra il tavolinetto del tavolo dove era, il babbo-albero o l’albero-babbo finisce in cortile, vicino ai bidoni della spazzatura.
«Brad è un metallaro di merda!»
Certo, solo un metallaro può impazzire in quel modo di fronte a babbo natale. È sicuramente colpa dei suoi gusti musicali, che fanno un tutt’uno con il suo stile di vita, i suoi credo, la sua concezione dell’universo. Anche se, per quanto Nicoletta sia mia amica e penso che Brad abbia esagerato, intimamente lo appoggio. Per fortuna gli altri coinquilini, metallari anche loro, non hanno aperto bocca sulla questione del babbo-albero, Dan perché non parla proprio, Roy perché non esce mai dall’oscurità della sua cameretta, se non per mangiare gli avanzi dei super abbondanti pasti che prepara Nicoletta da brava siciliana. E sempre da brava siciliana, intanto che cucina e lava, si lamenta che nessuno fa niente in casa. Una settimana a Natale, la ragazza del sud appronta il suo piano di guerra.
«Stellaaaa!!!», mi urla che sono a un metro da lei per attirare la mia attenzione e come un vecchio bacucco il più delle volte non le rispondo. Vuole che la aiuto a preparare il menù. Per me pasta, vino e panettone e Natale è bello che pronto.
«Ma che sei impazzita?!!!».
«Nicolè, fa come te pare, io spingo il carrello, va ben?»
Sono brava ad ascoltare e a dare buoni consigli alle amiche ma, per carità, non chiedetemi se è meglio la tovaglia con le renne o quella con i fiocchi di neve, se l’albero-babbo n. 2 sta meglio sul tavolinetto, al posto del l’albero-babbo n. 1, o per terra vicino all’entrata. Ho risposto che per me può star bene vicino ai bidoni, come l’albero-babbo n. 1, ma non la faccio ridere.
Poi mi fa ascoltare la playlist delle feste. Conosco Nicoletta e la sua musica bella zalla, come dice lei stessa. Obietto solo che visto quello che è successo all’albero-babbo, Ai seu te pego, Macarena e Cecerece suonano come una dichiarazioni di guerra, ma lei ribatte che quelli sono dei mentecatti, che già che c’è da mangiare gratis stanno a posto.

Il 24 dicembre lo passo quindi con Nicoletta e i nuovi amici, il 25 barbecue a Mornington con gli amici di Pesaro – che finalmente riesco a beccare dopo un’era zeologica che non ci si vede –, capodanno di nuovo con Nicoletta e Simona, un’amica di Vicenza da poco a Perth che non vuole passare le festività da sola. Giuliano non lo sento da un po’ invece, la sua ragazza s’è ingelosita e non vuole che passiamo le feste insieme. Ci mancherebbe, non mi metterei mai in mezzo a una storia, sono sempre stata corretta, l’ho solo sfiorato, infinite volte, col pensiero.

La notte del 31 c’è un sacco di gente a casa dei vicini. Tutti sono tranquilli e sereni, la cena ottima, conosco un ragazzo di Brisbane di nome Tim. Magrolino, biondino con la barbetta, sembra Curt Cobain, è professore di recitazione all’Università e ha solo 25 anni. Io mi faccio presto ubriachella, è carino, mi accorgo che gli piaccio. Le ragazze sono tirate a lucido, truccatissime, i ragazzi pure, alcuni giacca e cravatta addirittura. Io sono sempre il solito animale, se c’è da andare a ballare jeans e scarpe da tennis, specie a capodanno, perché non si sa mai come e dove si va a finire.
«Che dici, ce ne andiamo a Edimburgh Park?»
Un casino di gente quella sera andava a Edimburgh Park, mi arrivano sms di amici diretti lì.
Chiedo un po’ in giro, Nicoletta vuole rimanere a casa con gli altri, sono tutti ubriachi come cenci, io e Simona ce ne andiamo e Tim e altri ci vengono dietro. Camminiamo una cifra, ma quando sei brillo non ci fai caso, specie se non fa freddo e sei in compagnia. Un uomo in bicicletta con una canna in bocca si ferma e ce la offre. Io e Tim ci baciamo. Prendiamo un tram, io e Tim vicini, gli altri dietro di noi che ci sfottono.
Edimburgh Park è un delirio! Si sente pompare la musica elettronica dalla strada, musica come si deve, minimal da Cocoricò (#benedettosiasempreilcocoricò), c’è un fottio di gente, Tim mi tiene per mano. Simo urla, la folla ci risucchia. Un ragazzo mi prende il braccio e mi trascina via, mi vuole baciare – ps: è in md’ sparato – ma c’è Tim che mi riprende e mi chiede se voglio andare via con lui.
No, non se ne parla. Gesù, è capodanno! E mentre lui se ne va, io e Simona saltiamo come grilli in mezzo a quel casino sprizzante di gioie chimiche. Per terra ci sono bottiglie e bicchieri di plastica. Mi guardo intorno per vedere se incontro qualcuno che conosco ma c’è troppo delirio, e poi è buio, non si vede niente.
A una certa decidiamo di tornare a casa. Il pellegrinaggio Macerata-Loreto che avevo fatto da ragazzina era stato meno straziante. Gli autobus e i tram passano a babbo morto, tutti sono ad aspettare i taxi, i taxi a Melbourne fanno schifo, hanno regole tutte loro, se tu non vai nella loro direzione non ti caricano, è peggio che a Roma. Almeno io e Simona stiamo comode, ci sono torme di ragazze ai bordi delle strade che si trascinano sui tacchi come vacche zoppe.
Siamo a Fitzroy e ci facciamo Brunskwick Road avanti e indietro un paio di volte. Non fatevi ingannare dal nome della via, anche se si chiama come il mio quartiere sta tutta da un’altra parte. Ci sediamo sul ciglio della strada ad aspettare. Mi telefona Genna, «Cate, ma dove sei?». Gli dico della serata, si fa due risate «ci sei mancata, maledetta, ma perché non ci raggiungi?», «Giuliano non è con voi? La sai la storia, no?», «No, è con la tipa, tranx», ma io e Simona siamo letteralmente morte e, visto che poi i taxi non passano, non c’è modo di muoversi in alcuna direzione se non a piedi.
Grazie al cielo alla fine ne troviamo uno.
Fa un freddo cane e come arriviamo a casa ci nascondiamo sotto le coperte. È stata una bella serata, mi sono proprio divertita tanto. Mi chiedo come è proseguita la festa a casa di Nicoletta, tra i balli di gruppo e la sangria.

La mattina siamo di nuovo da lei. Colazione insieme e poi tutte sul divano a raccontarci i gossip della serata. Una coppia ha litigato, Nicoletta s’è sbaciucchiata uno, Chiara, la ragazza che aveva seguito me e Simona a Edimburgh Park, è finita a letto con un tipo, Brad e altri metallari a una certa si sono chiusi in camera e hanno fumato tutta la notte. Sentiamo casino al piano di sopra, si sono svegliati pure loro. Giornata post-capodanno, cinque ragazzi contro cinque ragazze. Sì, fate bene a pensare male, ma di base nessuno conclude niente con nessuno, sembra di stare dentro a una sitcom dove A ci prova con B che vuole C che è indeciso tra A e D, allora anche E pensa che A non sia male, eccetera, un puttanaio insomma, dove io sicuro sono Z che proprio, proprio non ne voglio sapere niente. E a forza di lettere che si incrociano mi viene nostalgia di risolvere in santa pace uno schema di Bartezzaghi.

lunedì 19 maggio 2014

La gente mi regala la droga, parte I.


Il tipo dell’ostello ci ha dato una camerata da sedici, i letti non sono a castello però, e con quelle pareti alte sembra un vecchio ospedale. Quando entro, Giuliano dorme rannicchiato con le cuffie anti-rumore e la tuta da operaio. Non so come mi viene, mi ritaglio un posticino accanto a lui, anche se il mio letto è davanti al suo. Lo sveglio e si è spostato, ecco, lo sapevo, ma che mi è saltato in mente?
Invece mi fa spazio, così che possa entrarci anche io.
«Che succede là fuori?»
In camera c’è un casino di dio, ragazzi che entrano ed escono, sono le sei di pomeriggio, di fuori c’è la polizia, hanno preso un ragazzo, c’è stata una specie di rissa, non ho capito per cosa.
Giuliano mi fa ala con il braccio, così appoggio la testa sulla sua spalla. Mi dice che ha lavorato tutto il giorno, che non ne può più, io penso che lì così con lui sto bene. Entra in quel momento un tizio col naso spaccato, seguito da altri due, ci preme contro una pezzola per fermare il sangue. Ci tiriamo su per vedere ma non si capisce, anche se i tre parlano romano.
«Che vuoi fare Baldi?»
Nel senso di “adesso”, se mi va di guardare un film al computer. Non lo so, e stiro le braccia verso l’alto, e mentre ci penso, Giuliano s’infila nel mio spazio. La mia faccia è tanto vicina alla sua di poco così. Gli accarezzo i capelli e ho una voglia matta di baciarlo.
«Che fai?»
Lo vedo abbassare gli occhi per frugarsi in tasca e tirare fuori un pezzetto di mdma da sniffare.
«Così mi ribecco un po’.»
Mi sveglio subito dopo averlo guardato dritto negli occhi suoi belli e detto Ma che sei scemo?
È anche tardi poi. Maledette pennichelle del pomeriggio. Se non fosse che Albion street per farla tutta, a piedi, ci vogliono una decina di minuti abbondanti.

Al lavoro arrivo in orario, grazie al cielo. Mica che succede chissà che, però devo timbrare il cartellino (in realtà inserire il mio codice al computer, ma il principio è lo stesso). Sono stanca. Stanca, stanca, stanca. È dura la vita da lavapiatti. Se penso poi alle notti che mi sveglio nel sonno per le braccia completamente addormentate, le dita che mi formicolano, il dolore ai polsi. L’acqua nel lavabo è color rosso ruggine, torbida e scura, non si vede il fondo. Anche a me capita spesso di non vedere il fondo, quanto durerà ancora? Nel lavabo, almeno, so per certo che non ci troverò altro che teglie, piatti, pentole e coltelli, di sucuro non un quadrifoglio o una lettera d’amore.
I cuochi per le dieci e mezza sono fuori della cucina. Rimango sola e in santa pace, con tutto da lavare. Non è domenica, per fortuna. La domenica sera devo svuotare tutta la camera frigo e pulire le ante e i ripiani, e rimettere tutto dentro. Le friggitrici sono sempre ricoperte d’olio e il piano cottura è comunque da smontare per mettere a bagno con la soluzione che corrode il grasso bruciato. Trascinato poi i sacchi della spazzatura nel seminterrato per svuotarli. I coackroaches mi sentono arrivare e mi passano davanti terrorizzati, scappando via sulle loro gambette. Non mi resta che buttare acqua bollente e saponata sul pavimento, sfregare con lo spazzolone e togliere l’acqua e la schiuma con un attrezzo simile a quello che hanno i benzinai per pulire i vetri. Sembra di fare la barba a un orco.
È mezzanotte. In strada c’è un’aria meravigliosa. È sabato sera. I ragazzi in strada ridono e ammiccano alle ragazze orientali che sorridono in singulti interrotti sotto le loro manine bianche. Mi sono cambiata la maglietta prima, e le scarpe, ma continuo ad avere addosso l’odore del Lounge Bar. Radio Kiss stasera trasmetteva hip-hop tutta la notte. Ah, non ve l’ho detto, c’è una radio sopra il Lounge Bar, esattamente dove il Lounge Bar tiene il magazzino con le spezie e gli inscatolati, dove teniamo le sedie accatastate, dove i dipendenti si cambiano prima di andare a lavorare. Ci sono due grandi sale, per essere precisi. In una c’è il dj che mette la musica per il pub, nell’altra Radio Kiss. Ci sono a tutte le ore del giorno anche loro, mi sorridono vedendomi arrivare con i pacchi di roba quando faccio il delivery, e ogni tanto qualcuno di loro mi apre la porta vedendomi arrivare. C’è un mio amico che ci lavora ogni tanto, ma ancora non lo conosco.
Alla fermata del tram mi siedo, finalmente. Vedo poi un ragazzo che mi pare di conoscere.
«Hey, com’è? Caterina, giusto?»
Avevo conosciuto Mattia a una festa a casa di amici la scorsa settimana. Anche lui ha appena staccato dal lavoro. Anche lui non sa bene cosa fare, in generale intendo, se rimanere in Australia o meno, se girare il mondo, se trovare pace da qualche parte. Tira fuori poi dalle tasche un sacchetto di plastica con dei biscotti.
«Ho sempre la mia scorta personale», dice, «li ho fatti io».
Ringrazio, lì per lì non capisco, poi lo guardo, ride, mi riguarda e capisco.
«È la prima volta che provo un biscotto alla maria! Non è che poi dopo sto male?»
Ormai è andata, di sapore intanto è buono. Mattia mi saluta e sparisce nel tram 56 come un angelo della notte. Nel frattempo Genna mi manda un messaggio sul cell che è con Domenico in un pub in Brunswick, sulla Sydney Road. Stasera butta bene, mi dico, Giuliano non c’è che è con la tipa. Dico anche a Nicoletta di raggiungermi, è con Julia, una ragazza spagnola. Sono ancora sul tram, ancora non sento niente.
I ragazzi sono in fila fuori dal locale. Racconto ai ragazzi quello che mi è appena successo, «Grande Cate, te sei il nostro mito!». Comincio a sparare una marea di cazzate e attacco bottone a quelli davanti a noi. Facciamo amicizia e intanto ci scaldiamo prima di entrare.
Poi ho una specie di capogiro, come se non mi sentissi bene. Un attimo sudo freddo, saranno gli effetti del biscotto, mi prendo male un secondo. In pratica se la fumi ti sale subito, se la mangi ci vuole un po’. Però, cacchio, amazing!
Se devo essere sincera, non è che mi serve il biscotto alla maria per divertirmi e per fare la cretina. È più la situazione che mi esalta, essere con i miei amici a fare i coglioni. Anche qui, siamo i più brutti di tutti, tranne Nicoletta e Julia, loro si erano addobbate tutte per il Sabato sera. Mi sento un uomo di mare, un pirata di quei film ambientati nell’ ‘800, marinai spavaldi che hanno girato il mondo, che non hanno paura di niente, specie se devono fare i ganzi con qualche donzella. Nel mio caso non si tratta di donzelle, ma strizzo l’occhio a sandroni impomatati alti due metri e più sono belli, più cavolo danno soddisfazione. Non c’erano poi chissà quali manzi quella sera. Oddio, manzi sì, non “interessanti” però. Uno, il più b’lino, mi inchino al suo cospetto e lo aggancio sottobraccio in una sorta di danza irlandese, anche se davano i Prodigy. Poi lo smollo subito con Smell like teen spirit dei Nirvana. Ma quanto c’hai, 16 anni?
Genna, Domenico e io ci abbracciamo e zompiamo in mezzo alla pista, indisponendo qualcuno. Vorrebbero un po’ di mdma, dicono, loro, che ve ne frega, rispondo io, raga, bisogna che cominciate anche a divertirvi senza. Il belloccione mi solleva da dietro, io mi divincolo e gli faccio la pernacchia prima di scappare via, lui mi sorride da lontano, pensa che sono simpatica.

Sono fuori come un culo!, urlo agli altri, che scoperta questi biscottini. Mi prendo una birra, è fresca, ghiacciata, va giù che è una meraviglia. Sono tutta sudata e accaldata, penso che mi sto divertendo da morire e che questo tempo non ha prezzo. Si sgobba tanto per i soldi, per i traguardi, quando il tempo è la sola cosa che non potrai mai permetterti di comprare o riavere indietro. Dicono della verginità, che quando la perdi poi la rivuoi, ma sinceramente di quello non me ne frega proprio niente, anzi, semmai l’incontrario.

lunedì 12 maggio 2014

Couchsurfing.org non è un sito di incontri.


Collingwood è il quartiere dei fricchettoni non solo per l’Abbotsford Convent ma anche per la Sophia Mundi Steiner School, lo Yarra Bend Park e le iniziative che organizzano al suo interno. A mostrarmi il quartiere è un tale Holly Dance che conosco tramite Couchsurfing. Suppongo che Holly Dance sia il suo nome d’arte, ma non gli chiedo come si chiami veramente, anche perché dopo quel pomeriggio trascorso insieme non ci siamo più rivisti. Dico al lavoro che avrei incontrato questo tizio contattato tramite couchsurfing, ma loro fanno i deficienti, se esci con un ragazzo è per andarci a letto eccetera, per quale motivo sennò? Gli dico che non so nemmeno che faccia abbia, ti piacciano gli appuntamenti al buio allora? Provo a spiegargli che couchsurfing.org non è un sito di incontri, ti mette in contatto con altri viaggiatori, di solito per chiedere ospitalità per qualche notte, oppure per conoscere qualcuno del posto che stai visitando, lieto di farti da guida. Per quanto, se devo dirla tutta, un sacco di tipi mi hanno detto che usano il couchsurfing per rimediare un po’ di sesso mentre altri, più romantici, ci hanno trovato la fidanzata. Tralasciando l’ultimo punto, gli chef non sembrano soddisfatti della mia spiegazione anche se dopo averci pensato un po’ mi rispondono cool.
Holly Dance ha circa 45 anni e si chiama così perché da lezioni di danza creativa (boh!) al Convent. È un tipo piuttosto strano, non scende quasi mai dalla bici perché è caduto non so dove, e si è fatto male al ginocchio. La sua due ruote sembra equipaggiata per la traversata del deserto, ha un fanale grosso quanto un faro, adesivi catarifrangenti ovunque e un grosso portapacchi coperto da un telo di plastica che funge da bauletto. Non mi capisce bene quando parlo e ogni tanto ne sembra infastidito. Tutto sommato è un uomo gentile e mi porta a fare una lunga passeggiata allo Yarra Bend Park. Lo Yarra River è ancora una bisciolina, prima di ingrossarsi attraversando Melbourne, e sfociare nella Hobson Bay. Passeggiamo lungo la sponda, nei graziosi viottoli, dove veniamo superati da jogger di tutte le età, raggiungiamo il Convent, e qui finalmente parcheggia la bicicletta. C’è una specie di mensa dove si può consumare lasciando un’offerta e dentro ci lavorano dei volontari. Sembra di essere tornati indietro negli anni ’70: ci sono capelloni, rasta, ragazze con la coroncina di fiori in testa, abiti consumati di seconda mano, India e Equo-solidale style. Anche in questo caso, Holly e io siamo i più brutti di tutti, ma va bene uguale. Dopo aver consumato una sparuta cena – preparata da Holly stesso, vegano – entriamo in questo ex-convento occupato da artisti. Detta così magari vi immaginate un postaccio lasciato allo stato brado con gente fumata a ogni angolo: invece è tenuto benissimo, conserva in tutto e per tutto l’ordine e il silenzio di un convento. Al secondo piano, mi pare, ci sono gli atelier. Credo che il tutto sia gestito da una qualche associazione, e puoi fare domanda per tenere lezioni, workshops, vendere le tue opere eccetera. Uno spettacolo! Insomma, tante attività a basso costo, uno spazio a disposizione di tutti. Al Convent c’è anche la sede dell’Associazione Illustratori Australiana. Ho fatto domanda per aderire, mi hanno preso come Gold Member, però dovrei pagare un $ 200 all’anno, e per come sono messa, al momento è meglio di no. Poi non ha tantissimi membri, la pagina facebook ha sui 500 I Like contro i 5.800 dell’Associazione Illustratori italiana. Ci sono gli scrittori anche, i musicisti, e via discorrendo.
Riprendiamo il tour di esplorazione e attraversiamo un chiostro che di notte diventa un cinema all’aperto. E poi un palco nel parco per i concerti. Adesso è estate, è una meraviglia andarci, purtroppo io non potrò mai perché lavoro sempre, e siccome quando sono off sono cotta, preferisco restarmene a Brunswick, al massimo mi sposto in CBD.
Quella che da fuori appare come un cottage inglese di fine ‘700 è la Sophia Mundi Steiner School. Le scuole steineriane seguono gli ideali pedagogici di Rudolf Steiner secondo cui l’insegnamento dovrebbe provvedere a un’educazione a tutto tondo del bambino, quindi non solo nozionistica. Nel piano di studi c’è sì la matematica, le scienze, l’inglese eccetera ma c’è anche falegnameria, un sacco di teatro, canto, arte, attività che permettono all’allievo di avere un’esperienza diretta con la vita e con se stesso. Pensate che nei primi anni di scuola (dura fino 18 anni) nemmeno vengono assegnati i voti ma semplicemente compilato un quadro della personalità e delle attitudini del ragazzino. Qui se ne volete sapere di più: Pedagogia Waldorf.
Le scuole di Steiner sono anche in Italia. In quella di Milano c’era andato un mio amico dell’Università, avevo avuto un colpo di fulmine lì per lì, poi visto un giorno come si faceva trattare dalla morosa mi era passata subito.
Grande giornata con Holly Dance, grazie couchsurfing. Io continuo a dire che è l’ideale per conoscere bene un posto; sì perché se ti circondi solo di backpecker, loro sono altri disperati come te e magari la ragionano da europei eccetera, comunque, in generale, uno del posto resta uno del posto per quanto strambo ed eccentrico possa essere.

Posso ritenermi felice. Mi stanno capitando belle cose in questa Australia. Sto conoscendo un sacco di gente, capisco ogni giorno qualcosa in più di questo paese; e sto apprendendo una lingua che mette all’inizio quello che la mia mette alla fine. Se io, per esempio, dico “è passata una donna bionda, grassa e americana”, la prima informazione è che è passata una donna. Gli anglosassoni avrebbero detto invece subito che era grassa. Questo non significa che gli italiani sono più educati, anche perché l’occhio col cervello mettono insieme velocemente gruppi di parole; ma per quel miliardesimo di miliardo di secondo di differita, l’italiano fa prima il gioco delle ombre cinesi per svelarti i dettagli secondo quanto più gli piace, mentre l’inglese nasconde tutto dietro un separè dal quale qualcuno o qualcosa comincia a lanciare grosse mutande taglia XL, per scoprire solo alla fine a chi appartenevano. Oppure, per non essere ingiusti, l’italiano ti mette sotto il mento un bel piatto di polenta senza niente e il sugo ce lo versano sopra dopo, l’inglese ti dice “chiudi gli occhi e apri la bocca” e tu devi indovinare che cos’è.
Un’altra cosa che mi fa impazzire è il genere neutro per un sacco di parole. Ecco, credo che la più crudele sia friend.
«Dove te ne vai stasera?»
«Esco con friend
«Ma friend chi?»
Noi italiani, lo sappiamo bene, che di come si chiama friend non ce ne può fregar di meno. A noi interessa se è UN friend o UNA friend. E purtroppo la questio si fa delicata quando vuoi girarci attorno senza apparire troppo esplicito:
«Ma perché? Sarai mica geloso?»
L’ho chiesto agli inglesi e agli australiani, e ogni volta non fanno mai una piega e ti rispondono “si capisce dal contesto”, che in parole povere significa che non si fanno tante para a chiederti con chi diavolo esci la sera. Troia.

Il contesto, poi. Sul forum di Word Reference quando fai le domande e chiedi le cose, il contesto è un incubo, non sei mai sufficientemente esaustivo. I love you lo dici a tua madre. Non perché mi sia offesa, ma perché è vero. Potresti amarmi come una sorella, volermi un bene immenso, ma se sei fall in love with me è diverso, me lo devi dire, o non ti bacerò mai sulla bocca. E quando un giorno, ormai da Sydney, scriverò a Giuliano, il messaggio non sarà “mi sa tanto che I love you” ma “mi sa tanto che sono fall in love with you”. Ma questa è un’altra storia, prima di arrivarci c’è tempo.

lunedì 5 maggio 2014

La bestemmia, Italians (really) do it better.


Mi piace lavorare al Lounge Bar, i camerieri sono tutti ragazzi giovani, gentilissimi, uno più carino dell’altro, ragazzi e ragazze intendo. I ragazzi di Melbourne sono diversi dagli altri australiani. Indie style, per entrambi i sessi, sembra di aprire una rivista di tendenza e loro se ne spuntano fuori come sagomine da un libro pop-up. Nancy ha i capelli corti biondissimi e sulle labbra un rossetto rosso scarlatto. Le piacciono le camicie che si annodano sulla pancia, all’americana. Adele, come Roy, ha nel sangue i geni italiani di lontani bisnonni. Ha i capelli castani scuri decolorati sulle punte (un tempo blu), porta sempre gli anfibi e pantaloncini cortissimi. In generale, le australiane hanno gambe meravigliose, dritte, lunghe e sottili e anche i ragazzi sono molto belli, ma un po’ troppo patinati per i miei gusti. I loro tatuaggi sono ricercati, le barbe e le basette curate al millimetro, ancora camicie a scacchi e blue jeans col risvolto.
Un paio di loro quando rientrano dalla pausa lasciano dietro di sé un’aromatica scia di marijuana.
«Qui in Australia fumiamo tutti; è praticamente impossibile trovare qualcuno che non fumi.»
Questo è quello che mi ha detto Den una sera che ero off. Ha 19 anni, i capelli lunghi da rockettaro, trasandato casual. Mi dice che devo andare assolutamente a Fitzroy, uno dei più fichi quartieri di Melbourne. Lì sì che ci sono locali come si deve, con musica ok, gente tranquilla, tutto l’opposto di St. Kilda, per dire, piena di bogans, ovvero i bellimbusti palestrati ricoperti di tatuaggi tamarri, occhiali da sole, cappellino, canotta sbudellata sui pettorali.
Sono con Giuliano, Domenico, Genna, Tambu e altri tizi che non conosco. Rispetto alla clientela del Lounge noi siamo brutti per davvero. Siamo vestiti con poco, Giuliano ha tre maglie in croce una peggio dell’altra (che tiene compresse in un sacco dell’immondizia perché lo zaino non gli basta), io ho comprato il vestitino e le scarpe da Savers, una catena che vende roba di seconda mano. Il mio vestito non sarebbe male, il problema sono i sandali, pagati $ 9,00, che si sono smontati ancora prima di arrivare a casa dei ragazzi. Sì, sì, smontati, letteralmente: ho dovuto rimediare una vite e un cacciavite e appuntare la stringa, che circonda la caviglia, alla base in sughero.
A parte questo, Den continua a raccontarmi la sua storia. Ci stiamo parlando per la prima volta, lavando i piatti lo vedo sempre di sfuggita. Mi dice che suo papà è alcolizzato e anche lui è parecchio sensibile all’alcol e alle droghe in genere. C’è uno spot di sensibilizzazione al problema dell’alcool in cui si vede il classico barbecue e un papà che chiede al figlio di prendergli una birra. Il ragazzino dopo aver preso la birra dal frigo diventa a sua volta adulto e padre e ripete la stessa scena con suo figlio e così via:




«Noi siamo diversi dagli australiani: loro bevono per ubriacarsi, noi per il gusto di bere», fa Giuliano.
«Ma se fino a un momento fa ti lamentavi che non ti sale la sbornia!»
Forse però un po’ è vero, in Italia si beve in maniera diversa. Forse l’Australia è in questo simile all’Inghilterra, probabilmente perché la matrice è quella anglosassone, c’è un po’ la cultura dello sfinirsi. Sydney è molto inglese in questo senso, come pure St. Kilda a Melbourne. O anche, restando in CBD, c’è un locale in galleria, dentro il centro commerciale, che apre quando i negozi chiudono. È un ritrovo per backpekers, Nicoletta ci va matta, a me fa letteralmente schifo, è un troiaio, in più danno latino americano per gente che, tra l’altro, non ha la benché minima idea di cosa sia un mambo. Per carità, ho un amore ancestrale per Dirty Dancing, è il sogno di una vita ballare come Penny, la patner biondina di Johnny, ma Patrick Swayze è Patrick Swayze, il film è il film, e i tritoni della salsa sono ben lontani dall’immaginario che mi è caro.
Continuiamo la serata, senza sapere che fare. Ci piacerebbe andare in qualche club, ma per i migliori bisogna prendere il taxi, non ce lo possiamo permettere. Così, dopo aver cenato in una gastronomia cinese da $ 10 a testa, andiamo tutti a fare pipì da Mc Donald. Chi non piscia in compagnia è un ladro o una spia, ma soprattutto, dov’è il bagno delle donne? Siamo tutti un po’ su di giri e non ci formalizziamo.
Ripassiamo davanti il Lounge per tornare a casa e mi chiedo dove se ne vanno i miei colleghi quando non lavorano. Ci ho messo qualche settimana prima di scambiare due parole con loro. John, per dire, ha un accento molto forte, non lo capisco quando mi parla. Mi sono invece abituata ai cuochi della cucina e anche se lavo i piatti e sono girata di spalle, quelle che un tempo era un background di suoni umani comincia a prendere forma intellegibile. Questo per dire che una sera che Aaron e Nick facevano i soliti discorsi da uomini, un'immagine appare nel mio cervello "la devi prendere, quella troia, e sbattertela così, te la scopi finché non la sfinisci". E a quel punto mi è venuto naturale voltarmi e dire «Guys, come on!», e allora sì che sono rimasti di sasso e si sono fatti rossi in faccia come due liceali sorpresi a baciarsi nei bagni.
Evvai, la mia lingua fa progressi, sono fiera di me.
Vado in pausa, Nick mi prepara una fumante, morbidissima bistecca sanguinolenta e con quella me ne vado al bancone. Forchetta alla mia sinistra, coltello alla mia destra, mi si avvicina un uomo visibilmente ubriaco che prova ad approcciarmi. Se una ragazza è sola in un bar state pur certi che il radar di qualche maschione, specie se su di giri, la individua, e non importa se ha la faccia stravolta, china sul piatto come se non mangiasse da giorni, e la maglietta lurida.
«Quello che mangi sembra buono…»
«Mmmh, già.»
«Come ti chiami?»
«Mmmh, Caterina.»
«Carolina! Di dove sei? Sei tedesca?»
«No, mmmh, italiana.»
«Ahhh! Italia! P**** D**!»
«Eggià.»
Torno in cucina e racconto quello che mi è appena capitato. Come non detto. Gli chef si lanciano in un coro di imprecazioni e di improperi, sebbene di limitata varietà di selezione. In Italia si bestemmia un casino. Mi ricordo alle superiori, Scuola del Libro di Urbino, il preside di allora dava tre giri a De Andrè quanto a poeticità: spaziava dalla Grecia alla Mesopotamia, tirando in ballo la Vergine in diverse mise. Chiedo poi se in Australia si bestemmia, ma scappa fuori poca roba. E in questo caso sì, mi viene proprio da dirlo Italians do it better.